Per l’ex Cisl, Manghi, Viale ricorda il pensatore André Gorz

Il progetto di accordo sul futuro di Pomigliano? “Solo se si è in malafede o dementi gli si può dar credito”, ha scritto Guido Viale sul manifesto di mercoledì. Qual è l’alternativa, dunque? Per l’ex leader del ’68 è “la conversione ambientale del sistema produttivo”: “Ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto”.
10 AGO 20
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Il progetto di accordo sul futuro di Pomigliano? “Solo se si è in malafede o dementi gli si può dar credito”, ha scritto Guido Viale sul manifesto di mercoledì. Qual è l’alternativa, dunque? Per l’ex leader del ’68 è “la conversione ambientale del sistema produttivo”: “Ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto”. “‘L’alternativa c’è’, questa l’ho già sentita”, sorride Bruno Manghi, sociologo ed ex direttore del Centro studi della Cisl, che al Foglio dice: “Certi argomenti di Viale saranno pure condivisibili, ma non hanno nulla a che fare con Pomigliano”.

Innanzitutto perché ora si tratta di salvare lo stabilimento campano
, osserva l’ex dirigente sindacale torinese, e solo in un secondo momento si potrà discutere di alternative. E salvare, comunque, non vuol dire passare sopra i diritti acquisiti dei lavoratori: “Il ‘diritto di ammalarsi’, come lo definisce Viale, diventa insostenibile se si trasforma in un costume – diffuso in certe situazioni – per cui si ricorre alla malattia in occasione dello sciopero, in modo da non perdere la giornata di salario”. Anche perché certe forme massicce di assenteismo, di cui gli stessi sindacati nel caso di Pomigliano non hanno negato l’esistenza, “sono intollerabili in una forma di organizzazione industriale dura come è quella fondata sull’assemblaggio. Se l’assenteismo è sopra una certa soglia fisiologica, le intese con i sindacati servono”. Secondo Manghi non si può ammettere norma di sorta che “calpesti il diritto soggettivo di sciopero”, ma “penalizzazioni per quei sindacati che proclamano gli scioperi fuori dalle regole, sì”. Manghi giudica quella di Marchionne “una scommessa, che nessuno può prevedere con certezza come finirà”. Quel che è certo è che “per la prima volta nella storia recente delle relazioni industriali si parte da un padrone che ‘rilancia’ sugli investimenti e non dice semplicemente: ‘Dobbiamo produrre di più con meno persone’”.

Ammettiamo pure che sia così; secondo Viale comunque l’accordo tra azienda e lavoratori è destinato al fallimento, non foss’altro per le previsioni errate che si fanno sulle sorti del mercato automobilistico. “Qui c’è la sfasatura temporale del ragionamento di Viale. Certo che nel lungo periodo tutto è possibile – e nei prossimi 20-30 anni il comparto dell’auto inizierà a cambiare, soprattutto in Europa – ma oggi siamo di fronte a una scommessa molto originale”. Anche perché, ci tiene a precisare Manghi, “la vicenda di Pomigliano non è un modello. Lo devono capire sia i sostenitori che i detrattori a priori dell’accordo: qui si sta cercando di affrontare una situazione molto specifica, anche da un punto di vista culturale”. Sbagliato generalizzare quindi, a maggior ragione se lo si fa sul futuro di tutta l’industria manifatturiera: “Viale mi ricorda André Gorz e tutti quei pensatori, a tratti geniali, che ritenevano possibile pianificare le svolte dello sviluppo capitalistico. L’idea larvatamente autoritaria è sempre la stessa: ‘Farò io il vostro bene’”.